Ritorna      Home page    Incontri Pompiliani
San Pompilio e la vita consacrata
di Padre Serafino Perlangeli dSP
Papa Francesco ha aperto, il 30 novembre 2014, l’Anno della vita consacrata con il monito: quali profeti, “svegliate il mondo”, testimoniando come Cristo ha vissuto su questa terra. È un compito questo di tutti i cristiani, ma in una maniera speciale, dei religiosi, perché mai un religioso deve rinunciare alla profezia (Lettera Apostolica, II,2).
Il P. Generale, facendo proprio il messaggio del Papa, invita gli Scolopi, quali discepoli e testimoni di Cristo, a vivere la propria vocazione in maniera più integrale, integratrice e coesa, tridimensionale. Gli  scolopi, usiamo dire, sono “tre in uno” (religiosi, sacerdoti ed educatori). Ma in realtà non è sempre così. E il problema non è “quanto tempo dedichiamo a ciascuna delle dimensioni della nostra vita”come ogni persona le incarna in funzione, anche, del suo personale modo di intendere le cose. Il problema è che non abbiamo approfondito a sufficienza cosa significa essere “tre in uno”, e separiamo ancora gli ambiti pensando, ad esempio, che si è sacerdote quando si amministrano i sacramenti o maestro quando si fa lezione, o dicendo “mi è difficile avere tempo per la preghiera personale, perché il lavoro fa sì che la giornata finisca senza lasciare il tempo per nient’altro”. L’Ordine ha bisogno di  una nuova riflessione sulla sfida del “tre in uno”. E anche ognuno di noi, Quale la nostra risposta? (Salutatio  di Novembre 2014, 1).
Una consona risposta pratica potrebbe essere, imitare il fulgido esempio di S. Pompilio, il quale si fece tutto a tutti, ben coniugando il “ tre in uno”, senza mai nulla cercare, nulla ricusare.
L’attività apostolica del Pirrotti non conobbe limiti, né scelte, o preferenze di campo, in modo assoluto, ma fu costantemente aperto e impegnato laddove l’ubbidienza, la necessità, il bene e l’utilità altrui lo richiedevano: nella scuola, nel ministero sacerdotale, nella visita e sollievo dei malati, nell’aiuto in genere a quanti ne avevano bisogno, in una attenta e mirabile conciliazione, attendendo al bene e alla concordia della sua comunità, senza mai perdere la comunione con Dio e con i fratelli.
In genere faceva scuola ed esercitava il ministero sacerdotale con grande soddisfazione del popolo. Per lui la scuola era qualcosa di celestiale, come un paradiso. Diceva infatti, se il paradiso è nella vita presente, o è nel chiostro, o nella scuola. In questa considerazione si metteva i ginocchio nell’insegnare, come davanti al Maestro interiore che istruisce i suoi piccoli. Istruiva i giovanetti con somma bontà e pazienza, insinuando il santo timore di Dio. Gli scolari sul suo esempio stavano composti e in atteggiamento modesto e pio, attenti alla  parola facile e persuasiva del loro maestro.
Quando non era impegnato nella scuola, non perdeva mai il contatto con essa. Dell’attività scolastica del Pirrrotti ne dà testimonianza il Rettore di Ancona, P. Davini: P. Pompilio andrebbe a fare supplenze, ma è ricercato di qua e di là per opere più di nostro vantaggio e stento applicarlo. Ciò nonostante al presente unitamente col padre Maestro dei Novizi, suppliscono la scuola del padre Remoli”
Il voto professato dal Pirrotti di ammaestrare nella pietà e nelle lettere la gioventù fu esattamente adempiuto, attestava con giuramento, un venerando padre, l’ottantenne Ignazio Guerrieri: io l’ho veduto quasi giornalmente visitare le scuole. Ci istruiva egli stesso, supplendo qualche maestro, legittimamente impedito, cercando sempre la gloria di Dio. E nel tempo che il Santo dimorava in Campi, pur non avendo il dovere della scuola, dichiarava un vecchio allievo, mi ricordo che chiamava i ragazzi, nel qual numero ero ancor io, e non  solamente si compiaceva di istruirci nella dottrina cristiana, ma pur anco su leggere e scrivere ed altre cose proporzionatamente alla nostra età. Io l’ho veduto coi propri occhi scendere più volte nelle scuole e mostrare a tutti l’impegno sul profitto della gioventù, colle varie interrogazioni che ci faceva; ma più di tutto ci teneva che custodissimo il santo timor di Dio. E la pietà, il santo timore di Dio inculcava ne infedeli con il suo infaticabile apostolato sacerdotale e missionario, risvegliando lo spirito della gente da una religiosità passiva, addormentata, infruttuosa. Svegliati, mio cuore, svegliatevi, arpa e cetra, voglio svegliare l’aurora (Sal 57/56,9).
A Ortona a Mare, oltre la scuola nel seminario, al dire del Di Annibale, non lasciava di predicare, confessare, raccomandare anime, ed era presto e sollecito alle necessità e bisogni spirituali e temporali di tutta la città, che già lo stimava e venerava per gran servo di Dio e letterato, e nello stesso concetto era tenuto dal Vescovo Amalfetani della predetta città. E per la gloria di Dio e la salute delle anime non guardava a fatiche, a stenti, a sudori, a pene le più fiere, perdendo, sul fiore degli anni,  la salute, soffrendo in silenzio e tollerando. Egli predicava per ben quattro e più volte al giorno, e la sera terminava con una processione penitenziale, disciplinandosi, e molti lo imitavano.
Scriveva al Frate Pietro, scusandosi per non aver potuto rispondergli prima:
“essendomi trovato solo, solo, a dare al pubblico di Ancona i santi esercizi, che ho dovuto fare da missione, e ora sto applicatissimo di notte e di giorno per le confessioni e concorso di popolo … e adoriamo la bontà di Dio, che ha saputo ben portare le cose con profitto delle povere anime e con decoro del nostro abito; mentre tutta Ancona si è rivoltata, precise i Cavalieri. Così vuole lo Sposo nostro Gesù, perché io, Figlio, non ci ho che fare in tali cose. Io sono un ignorante, un rozzo, un melenso, e quanto fo su del palco, non io ma l’è Dio per mia somma confusione” (lett. 6/1/1763).
Fu assiduo nell’assolvere il ministero della confessione dalla mattina alla sera, con pazienza, carità e dolcezza.
Da vero religioso, il fine di tutta l’attività del Pirrotti era la salvezza delle anime, il  decoro e l’onore dell’Abito, oltre l’onore e la maggior gloria di Dio, del quale cercava il solo suo gusto; era determinato a essere sempre a suo genio e in comunione con lui, con lo sguardo alla vita eterna, al Paradiso, che non perdeva mai di vista: Paradiso! Paradiso! Era sempre attento alle determinazioni di Dio e dei Superiori. Tali sentimenti egli cercava di infondere nella sua Comunità, mettendosi perfino in ginocchio, per richiamare tutti alla concordia e all’amore vicendevole. Il suo punto di forza era la preghiera assidua, di notte e di giorno, nonostante i molti impegni di apostolato: la sua massima espressione era la Liturgia, celebrata con serafico ardore e intensa pietà.
Per usare un’immagine, richiamata dal P. Generale (cf Salutatio di gennaio 2015), il P. Pompilio era come un vaso nelle mani del vasaio per essere plasmato. Il vasaio è Dio. Il Pirrotti fu plasmato a genio di Dio. Solo Dio e niente più. Ed esortava: lasciatevi condurre da Dio, abbandonatevi nelle sue mani.
Egli fu un vaso pieno di sode virtù che non lasciava spazio alle piccole cose insignificanti e caduche. Era totalmente pieno di Dio. Cercate le  virtù sode, raccomandava spesso.
Papa Francesco, all’apertura dell’Anno della Vita Consacrata (30 nov. 2014), rivolge l’invito ai consacrati, e non solo, a svegliare il mondo, illuminandolo con la testimonianza profetica e controcorrente, indicando tre parole programmatiche: essendo gioiosi, essendo coraggiosi, essendo persone di comunione.
- Essendo gioiosi!  Mostrare a tutti che seguire Cristo  e mettere in pratica  il suo Vangelo riempie il  cuore di felicità. Contagia di questa gioia gli altri, i quali ne chiederanno la ragione, e sentiranno, così, il desiderio di condividere la splendida ed entusiasmante avventura evangelica  (Messaggio in Lett.  Apost  p. 4) .
Ma come poter essere gioiosi in un mondo ostile e  alieno, che ci nega la gioia e ci impedisce di gioire? Come cantare e servire allegramente il Signore in una terra di sofferenze e  di difficoltà?
Il Pirrotti ci  dà l’esempio, ci incoraggia  e ci sprona. Egli è l’uomo della gioia, dell’allegria e la infonde negli altri. Ripetutamente esorta ad essere allegri. Allegria! Allegramente! Statevi allegra
Statevi allegra, come Gesù vi desidera e non vi perdete d’animo, mentre nella via di Dio  bisogna stare allegramente
(Lett. 106). E voi allegramente; non temete perché un Dio opera e sarà per operare, lo vedrete (Lett. 186).
E nelle contraddizioni e nelle sofferenze e patimenti dice: io assicuro di non aver io mai avuto un momento di altra allegria, se non di patire (Lett. CVI). E non intendo odiare la Croce, ma abbracciarmela con tutta allegrezza (Lett. CVII). E al colmo delle contraddizioni esclama: Caro Pietro mio, belli bellissimi scherzi, ma cari e molto cari dello Sposo nostro Gesù. Ecco che  parto di nuovo, dopo un viaggio pieno di mille e mille disastri e pericoli essere giunto in questa povera città (Manfredonia); non dico, sentirne già dispiacere veruno, no, no, anzi me ne rallegro, e del molto e molto me ne consolo, perché si tratta che lo Sposo ci vuole allegri nel patire (Lett. LXXV). Girar bisogna; e lo Sposo Gesù vuol scherzare … onde bisogna farlo scherzare secondo che vuole (Lett. LXXI).
La gioia non deve venir meno nelle difficoltà, nelle sofferenze, nelle delusioni, nelle malattie, avverte il Papa. Proprio in questo dovremmo trovare la “perfetta letizia”, riconoscendo il volto di Cristo che si è fatto in tutto simile a noi e quindi provare la gioia di saperci simili a Lui che, per amore nostro, non ha ricusato di subire la croce (cf  Papa Francesco Lett. Apost. II,1).
Vada il mondo a ferro e  fuoco al monaco importa poco
(Lett. CX).
La gioia è il frutto dello Spirito (Gal 5,22);  è la nota caratteristica del cristiano.
Dipendiamo, Figlio, da Dio; e non ci spostiamo dalla sua SS.ma Divina condotta; mentre vi assicuro essere un gran bel Paradiso nel mondo, il ben fare la volontà di Dio sempre con allegrezza (Lett. LXXIV).
Siamo chiamati, afferma il Papa, a sperimentare e mostrare che Dio e capace di colmare il nostro cuore e di renderci felici senza bisogno di cercare altrove la nostra felicità; una sequela triste è una triste sequela (Lett. Apost. II,1)
- Essendo coraggiosi! È la seconda parola programmatica, che ci  sollecita a riporre piena fiducia in Dio che ci ama e con la forza dello Spirito Santo ci accompagna nell’andare nelle strade del mondo, mostrando la potenza innovatrice del Vangeli che, se messo in pratica, opera anche oggi meraviglie e può dare risposta a tutti gli interrogativi dell’uomo. È stato il comportamento coraggioso dei Santi Fondatori e Fondatrici, aprendo vie nuove di servizio al regno di Dio
(cf Messaggio ib, p. 4). Seguendo il loro carisma e il loro esempio, si è sollecitati ad avere il coraggio  di servire in letizia il Signore nell’annuncio del  Vangelo e della misericordia di Dio, anche per vie nuove, secondo i segni dei tempi e la novità dello Spirito, andando  controcorrente, lottando e soffrendo molto. S. Paolo afferma: “dopo aver sofferto e subito oltraggi a Filippi, come ben sapete, abbiamo trovato nel nostro Dio il coraggio di annunciarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte” (1Tes 2,2).  “Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il vangelo” (1Cor 1,17); “è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il vangelo” (1Cor 9,16).
S. Pompilio, rompe gli indugi, e annuncia il Vangelo e la misericordia di Dio  in ogni città e dovunque viene chiamato, senza risparmiarsi, senza stancarsi, con in mano la Sacra Scrittura e il Crocefisso. Contro la mentalità del tempo, all’esaltazione della religione della fredda dea  ragione, predica la religione del cuore nella massima espressione del Cuore di Gesù. In un clima di lassismo, annuncia la penitenza con la tromba del santuario. Incrementa il fervore della pietà e contro il rigorismo giansenista, raccomanda la comunione frequente e il culto alla Madonna, Mamma Bella, ottenendo frutti copiosi di conversione e di fede. Tutti, popolo, clero e monache godono della sua parola rivolta loro con la predicazione, con gli  esercizi spirituali e la direzione spirituale, facendosi tutto a tutti, cercando il solo gusto e la gloria di Dio.  Si ha da faticare per la santificazione di tutto il mondo, come mi chiama il Signore (Lett. XVIII).
- Essendo  persone di comunione! È  la terza parola programmatica. Bisogna, cioè, essere ben radicati nella comunione personale con Dio, che si è scelto  come il porro unum (l’unico necessario, cf Lc 10,42) della nostra esistenza e di conseguenza essere instancabili costruttori di fraternità, anzitutto praticando la legge dell’amore scambievole fra di noi, e poi  con tutti, specialmente i più poveri, mostrando che la fraternità universale non è un’utopia, ma il sogno di Gesù per l’umanità intera (e sarebbe una eutopia, luogo felice).
S. Pompilio è l’uomo dell’intima comunione con Dio; la sua è una vita con Dio e in Dio  e si sforza di attrarre  gli altri in tale mirabile rapporto comunionale con Dio, esortandoli a viverlo con impegno.
A poco a poco avete da apprendere quel grand’impegno, col quale avete da correre adesso alla intima e perfetta unione con Dio, essendo questa bella unione tutto lo scopo, per cui voi di nuovo avete sposato col Verbo Divino, cioè con quello stesso, con cui vi sposaste nella fonte del santo Battesimo … mentre lo Sposo Divino avrà da aprirvi tutte le vie, per le quali abbiate da introdurvi nel gran  cammino dell’unione intima e perfetta con Dio. Correte, perché dall’amore divino sarete ben portata (Lett. XVI).
Le vocazioni religiose e  sacerdotali scolopiche scrive il P. Generale, saranno il frutto di un incontro personale col il Signore Gesù. Senza questo incontro, non si produrrà l’opzione vocazionale scolopica di cui tanto hanno bisogno i bambini e i giovani del nostro mondo (Lett.  di Febbraio, p.2).
Dalla comunione con Dio scaturisce la comunione fraterna che S. Pompilio fa di tutto per praticarla e di farla praticare.
Amiamo la carità, essendo la virtù raccomandata da Gesù Cristo (Lett. LXXIV). Siete fratelli, regolatevi, compatitevi, capitevi, aiutatevi, e citando S. Paolo: la carità non pensa male, non gode dell’ingiustizia, ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede tutto spera, tutto sopporta (1Cor 13,5-7)  Chi è saggio per capire queste cose? (Os 14,10), dicesi dallo Spirito … con tutto affetto  abbracciatevi Gesù; ditegli che vi apra la strada per ben guidarvi … vedete Gesù Crocefisso  con tre chiodi! Osservate come per non fare la sua volontà e seguendo la volontà dell’Eterno Padre, si ridusse a tale stato. Onde non vi spostate dalla volontà di Dio, e seguite la strada  delle belle virtù e non vi allontanate dalla S. Comunione (Lett. XXX).
Guardiamo a Maria la Vergine dell’ascolto e della contemplazione, conclude il Papa, come modello insuperabile di sequela nell’amore a Dio e nel servizio al prossimo (Lett. Apost. III,5).