Ritorna     Home page     Santuario     Madonna dell'Abbondanza
Trittico dell'Abbondanza
di Angelo Siciliano
presentazione di Giambosco Maria Cavalletti
Tre poesie alla Madonna dell’Abbondanza una in lingua e due in dialetto irpino
di metà Ottocento probabilmente lo stesso che si parlava a Montecalvo Irpino
nel Settecento, secolo di San Pompilio Maria Pirrotti
devoto di Mamma Bella dell’Abbondanza.

Premessa di Angelo Siciliano

Pur vivendo a Trento dal 1973, idealmente non mi sono mai separato dalla mia terra natale, Montecalvo e l’Irpinia. Solido permane il senso d’appartenenza alla civiltà mediterranea.

Il legame è di tipo intimo e affettivo, ma anche spirituale. Ritengo che quella sorta di cordone ombelicale, l’imprinting ricevuto da ragazzo, agisce ancora in me, essenziale e ineluttabile, nel nutrimento e rigenerazione dell’anima. È un insieme di vere e proprie “cellule staminali” della storia, della cultura, della civiltà antropologica contadina e dell’identità d’appartenenza, che sembra non esaurire nel tempo i suoi stimoli vitali e creativi.

Il compianto amico Felice Aucelli, sindaco di Montecalvo e consigliere provinciale ad Avellino a cavallo degli anni Ottanta  Novanta del Novecento, mi confidava che ciò che più apprezzava nei miei scritti vernacolari, era la totale assenza di qualsiasi connotazione campanilistica. Talvolta mi canzonava, con una certa grazia e bonaria presa in giro, che da emigrato mi ero portato via tutto, impoverendo sia lui che i compaesani di quella che era la nostra cultura orale.

In realtà le cose stavano un po’ diversamente. La nostra cultura etnica si era memorizzata e poi cristallizzata in me. I miei compaesani, invece, avevano avuto la fortuna, essendo rimasti in loco, di viverla più a lungo. Forse superficialmente. E inconsapevolmente non si erano accorti che, complici l’emigrazione di massa e la globalizzazione televisiva, nazionale e popolare, in un trentennio essa si sarebbe depauperata a tal punto, da poter dire che oggi è quasi scomparsa. E se qualche suo brandello permane, anche se immune da edulcorazioni, non ha più la vitalità e la precisa funzione sociale per la comunità, per cui i nostri avi l’avevano elaborata e tramandata.

Io ho recuperato la nostra cultura e con gran fatica sto tentando di restituirla dal 1987. E bado che sia pura e autentica, senza gli orpelli patetici e lamentosi che capita talvolta di riscontrare in lavori di questo tipo.

Ciò che sono riuscito a raccogliere, o scrivere autonomamente in questi anni, configura un archivio completo della nostra civiltà agro-pastorale comprendente cunti, nenie, filastrocche, detti, indovinelli, maledizioni, canti profani e religiosi, e qualche preghiera medievale. Il tutto è in dialetto irpino dell’Ottocento.

Se per la gente questa mia operazione costituisca un dono, e quanto gradito, non riesco ad immaginarmelo. I legittimi referenti di questa cultura arcaica sono gli antenati. I soli ad avere, forse, vera titolarità di giudizio. Ma si sa, dai lidi su cui essi dimorano, o verso cui veleggiano, non manifestano né consensi né dissenzi.

Questo trittico di poesie alla Madonna dell’Abbondanza, statua seicentesca di casa Pirrotti, Mamma Bella, l’appellava San Pompilio Maria Pirrotti (Montecalvo 1710 - Campi Salentina 1766), nasce tra aprile e luglio del 2003.

Per un anno mi ero portato dentro lo stupore e un senso ispirativo, per quelle tre statue lignee, ritrovate dai restauratori il 16 marzo del 2001, murate in casa Pirrotti, le cui foto avevo potuto vedere per la prima volta a Pasqua e poi di nuovo a giugno del 2002.

Dei tre testi, uno è in lingua e due sono in dialetto irpino di metà Ottocento, che ho recuperato in questi anni con un meticoloso lavoro di ricerca e riappropriazione. È il dialetto parlato dai miei bisnonni, nati verso la metà dell’Ottocento, depurato delle parole americane dialettizzate dagli emigranti di ritorno dagli USA, verso la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Questa consapevolezza ho potuto acquisirla, grazie al contributo formidabile e fondamentale di mia madre, Mariantonia Del Vecchio, contadina nata nel 1922, depositaria di quella cultura e cantatrice di numerose melodie ottocentesche.

Per ragionamento induttivo mi assumo la responsabilità di dire, dato che nei secoli passati le cose evolvevano e mutavano molto lentamente, rispetto ai tempi nostri, che probabilmente il dialetto irpino dell’Ottocento non doveva discostarsi di molto da quello del secolo precedente, il Settecento, appunto il secolo di San Pompilio.

Accompagnavo e completavo la scrittura dei versi con l’esecuzione di alcuni disegni della Madonna dell’Abbondanza e in seguito anche di S. Lorenzo e S. Pompilio.

Poi recuperavo un dipinto ad olio con San Pompilio, da me eseguito quand’ero ventenne. Due mie tempere della stessa epoca, sempre con l’immagine del santo, dopo essere state esposte per alcuni anni nella sua casa natale, mi è stato assicurato che sono conservate ora presso il reliquiario.

Nelle parrocchie montecalvesi di San Bartolomeo, San Nicola e nel convento di Sant’Antonio da Padova vi passai parte della mia gioventù, assieme a diversi coetanei.

La cappella di San Pompilio, con gli annessi asilo infantile e casa Pirrotti, competeva alla parrocchia di San Bartolomeo.

Eravamo nomadi noi giovani. Nel senso che ci si spostava con facilità, laddove si percepiva che vi fossero più fermenti e vita, e si potesse meglio crescere culturalmente e spiritualmente.

Della Collegiata, la splendida chiesa di Santa Maria a tre navate, ricordo l’impressionante spettacolarità teatrale della celebrazione del Venerdì Santo, che si concludeva con una mesta processione per il paese, con il Cristo morto, deposto dalla croce, e i tristi canti religiosi.

Ricordo don Carlo Lombardi, austero parroco di San Bartolomeo, poi miseramente massacrato da alcuni tossicodipendenti a Benevento, dove si era trasferito nella sua nuova sede parrocchiale.

Don Adriano De Lillo, parroco di San Nicola, ora ad Avellino, e padre Eugenio D’Agostino, dei frati minori, che, dismesso il saio, è parroco a Montella, li rammento come coloro che meglio sapevano comunicare e aprire il proprio cuore a noi giovani, illusi di poter cogliere il mondo con una mano. Quante conversazioni, quanti dubbi e interrogativi! Ma in noi si andava consolidando lentamente una convinzione: impegnandoci e appassionandoci a fondo a ciò che più ci stava a cuore, qualcosa saremmo riusciti a costruirla.

E infine un gradito ricordo corre a Rosario Cavalletti (do’ Rrusàriju), figura squisita e cortese, e a Giuseppe Lo Casale, appassionati registi teatrali che, negli ospitali spazi parrocchiali, dirigevano, con certosina pazienza, noi presuntuosi attori in erba nella recita di alcune commedie napoletane.


    Montecalvo Irpino , Pasqua 2004                                                                 



Presentazione di Giavanni Bosco Maria Cavalletti

Il 16 marzo del 2001 rappresenta una data storica per la comunità di Montecalvo.

Al suo patrimonio affettivo ritornano delle sacre icone che il tempo, con la complicità forse inconsapevole degli uomini, aveva avviluppato negli indefinibili veli dell'oblio.

Due antiche statue lignee e ciò che resta di una terza, il volto e le mani, vengono fortuitamente rinvenute in un sottoscala murato del Palazzo Pirrotti in Montecalvo Irpino, ove il 29 settembre del 1710 era nato San Pompilio Maria delle Scuole Pie.

Si tratta delle raffigurazioni della Madonna dell’Abbondanza, celebrata nelle biografie del Santo per una sua famosa profezia, di San Lorenzo Martire, già collocata a protezione dei defunti di Casa Pirrotti nella Chiesa del Santissimo Corpo di Cristo, oggi scomparsa, in Montecalvo, e della Madonna Addolorata.

La pupilla dell’occhio destro di Mamma Bella dell’Abbondanza, così come San Pompilio amava rivolgersi alla stessa sacra immagine, misteriosamente ed incomprensibilmente, reca l’immagine tridimensionale di un teschio la cui formazione la scienza attribuisce a cause non umane.

Singolare è il fatto che il pontefice Leone XIII, che nel 1890 proclamò beato il Montecalvese, e che nel 1838, da semplice monsignore, aveva aperto proprio in Montecalvo il processo apostolico beneventano per la sua beatificazione, riconobbe veritieri i testi i quali, sotto giuramento, avevano affermato che il Pirrotti discorreva con i teschi del Sacro Cimitero recitando con loro il Santo Rosario.

Analoghe deposizioni furono rese ai processi apostolici leccese, napoletano e anconetano.

Il cammino dello spirito spesso si accompagna, nella Storia, ai frutti che esso stesso produce nella contemplazione del Fine e dell'infinito percorso di un arcano che morde le nostre percezioni.

Ed è nell'ammirazione del costruito che, molte volte, riprendiamo il percorso interrotto.

Ma se all'arte si aggiunge il mistero, e se questo si esplicita nel richiamo sensibile di una morte sicura accompagnata da una inesprimibile sensazione di pace, e quindi di vita, diviene essa stessa cammino. Durante il quale ci s’imbratta e si cade.

Da vari anni Angelo Siciliano registra, con la penna e con il pennello, sensazioni attuali scaturenti da precedenti momenti di vita individuale e sociale.

E scava, esplorando rimasugli e meandri, nella memoria personale e collettiva, del vissuto suo e del popolo al quale appartiene.

Questa volta, però, è stato il tempo a donare, a lui e a noi, un pezzo intero della nostra storia.

Pulito nell'interezza delle sue ferite: una Mamma Bella, appartenuta ad un grande del nostro passato, con la veste imbrattata di fango.

Ma il fango che azzanghera la Vergine, è il nostro fango. Che la inonda, l'affonda, la sottrae allo sguardo degli uomini. Alla coscienza di un popolo che dimentica e muore. Ed ella assorbe. Anche la nostra morte.

Ha con sé le nostre strade, tortuose di secoli stretti, pregne delle acque guadate, dei calanchi freddi, o assolati, fruttate di olio e odorose di mandorle amare.

Assaltata dai tarli che, oltre la morte, rodono i nostri corpi, come prima le nostre coscienze. Inappagate perché stanche, distrutte, sconsolate.

Non viene dal Paradiso perché è lì che ancora sta andando, appesantita dalle nostre valigie che il figlio, coi figli, sul suo braccio sostiene.

Al dolore della Croce, per la morte del suo primogenito, si aggiunge, così, lo spasimo universale di un parto foriero di gioie ancora nascoste.

E quando gli stenti di vite vissute, sudate, sconfitte, ottenebrano speranze di luce e coprono i richiami celesti, ricompare la Mamma. Che non nasconde la Morte, serena mostrandola nello sguardo materno che ognuno vorrebbe incrociare la sera.

Ed è la stessa mamma, gli occhi riflettenti lo strazio dell’animo, che, Addolorata, riverbera pathos d’amore al di là di un pertugio di muro ai figli morenti, numerosi come formiche, di peste e colera.

Con lei c’è Lorenzo, già lieto di un pegno d’offerta, ma ancora disposto al martirio.

Nonostante sia già celebrato dagli uomini, che in una notte d’amore tra il cielo e la terra lo ricordano nel connubio di stelle cadenti e suolo mortale, è prossimo, ancora, a trasformarsi in una giumella di segatura.

Fratello dei morti oltre quel muro, invoca per essi la vita e, ascoltando la Mamma, muove i piedi perché non gli si rattrappiscano le gambe.

Potrebbe ancora dover percorrere, con lei, tanta via tra i campi, come quella attraversata dalle madri montecalvesi e, come esse, da tutte le madri, di tutti i tempi: Incuranti della bora gelida, con le mani piagate, instancabili….

A volte oltraggiate dagli stessi mariti, ma sempre pronte a privarsi del boccone dalla propria bocca per sfamare i propri figli.

E così come interminabile a Lorenzo appare la nuova agonia, incomprensibili agli uomini si presentano l’umidità che macera più delle lacrime e del sudore, la muffa che corrode le membra, i terremoti.

Non solo quelli tellurici.

Distruttive di più le scosse alla coscienza.

Magistralmente espresse, dal Siciliano, nell’antico idioma, con ogni attendibilità proprio quello parlato a Montecalvo ai tempi di San Pompilio:



La paura sója era ca li ttàruli
ci carulàvunu e nnuj’arrivintàmmu
na jummèddra di sigatùra,
primu ca ci truvàvun’andó stèmmu.

Temeva che i tarli ci avrebbero
roso trasformando tutti noi
in una giumella di segatura,
prima che si scoprisse dove eravamo.

Sono i moti di chi parla al suo io nell’ incubo di non esser compreso.
E’ all’interno che avviene la lotta.
Inesprimibile.
La morte incombe ed il tempo arretra sospingendoci verso il nulla.

Eppure, un giorno, avrebbero suonato le campane a festa.
Ne era conscio quel ragazzo che trovò quiete a Campi Salentina: Domenico Pirrotti, poi San Pompilio delle Scuole Pie, che quelle statue frequentò come persone.

Non più come tali osservate dagli occhi profani annebbiati da sensi mortali.
Lorenzo aveva già dato.
Ma una novella graticola gli è offerta dai custodi del tempio.
Antichi e recenti.
Che gonfi di cibo caduco, mangime a quei tarli, sospinti da un fine a tutti i costi rincorso, travolgono il limpido che li ha generati.

E’ il prezzo del noi.
Dell’artefatto.
Degli incontri a volte fraintesi.
Accattivanti.
Taluni ingombranti.
Incompresi.
Che rosicchiano, anch’essi.

Tra un boccone e l’altro accantonati in posti reconditi della propria coscienza, appagata con l’indifferenza di chi non vuole vedere.

Dall’ipocrisia di chi, sazio, si convince, man mano, che il male sia esterno.
E si rinnova il martirio delle menti pensanti.
Che la bugiarda freddezza massacra.
«Si Santu Laviriénzu ‘nn’avév’a tte!»
«Se San Lorenzo non avesse avuto te!»
considera l’immaginario interlocutore a Mamma Bella Addolorata.

Si nn’avév’a iddru, chi mi fuss’ajutàta
a rrègge a Nninnu ‘m brazza,
quannu stéva stanca o tinéva la fréve?
Se non ci fosse stato lui, chi m’avrebbe

aiutata a reggere il Bambino in braccio,
quando ero esausta o avevo la febbre?

Nel crogiuolo del caos, che gli animi avviliti dei figli mortali affardella di buio, si accende la luce vitale e d'incanto svanisce la necessità del racconto liberatorio: la Madonna sa tutto perché è stata sempre con noi, nascosta così bene che nessuno, neanche per idea, riusciva ad immaginarselo: tutto ha udito, tutto ha sofferto, tutto ha compreso.

L'essenzialità del verso contiene la vastità del pensiero che, di fronte a Mamma Bella dalla faccia macchiata, interrompe le sue trame per contemplarne quell'affascinante, indefinibile sorriso: ecco che svanisce l'affanno.

Ora tutto è più chiaro e in Pasqua dell'Abbondanza gli occhi della Vergine parlano: le macchie del suo viso, novello di secolari ferite che dissipa deserti di paure, possono ben rappresentare la trasfigurazione a cui l'uomo pellegrino, già viandante con lei tra filari di bosso e rosmarino odoroso, tende ed aspira.

E i versi, silenziosamente rievocano le antiche processioni delle origini. I tributati fasti di un avversato popolo alla Mamma dal latte imperituro e al figlio per cui quello stesso latte fu concepito in eterno candore.

E poi, tre secoli di silenzio: di rughe scavate profonde.

Oggi, come ai tempi antichi, fiduciosi si sale alla Collegiata, là dove agli occhi degli uomini la Storia pareva avesse scritto fine.

Ma c'era una profezia da compiere: affidata ad un figlio di Casa Pirrotti che quella Sacra Immagine, nel 1622, aveva voluto donare al culto del popolo.

Pompilio, il santo che, si disse, vivente parlò con i morti, e che, ancora bambino, aveva profetizzato il ritorno di quella statua, in quella Collegiata era stato battezzato il 30 settembre del 1710.

E nel sole di Pasqua, primizia di risurrezione, i doni della Mamma Bella dalla faccia macchiata. Le gialle violacciocche, fiorite tra le pietre del tempio, accompagnano l'ascesa.

L'arcano è svelato.

Il Bimbo benedice e sorride.

             Montecalvo Irpino , Pasqua 2004                              





       
PASQUA DELL’ABBONDANZA*

Madonna, con l’occhio che parla,

il tuo volto dolce di Madre

novello di secolari ferite

dissipa deserti di paure

lenisce celati dolori.

Il seno mostri ai fedeli

salvifico ristoro ai devoti.

Il Bimbo benedice e sorride.



Con vesti appesantite da pieghe

rughe scavate profonde

tre secoli di salvie rute ginestre

filari di bosso e rosmarino odoroso

hai attraversato in silenzio

per adempiere la profezia.



Si sale come ai tempi antichi

con animo speranzoso

alla Collegiata.

Oggi è Pasqua.

I tuoi doni nel sole

gialle violacciocche fiorite

tra pietra e pietra

sui muri del tempio.

     Montecalvo, Pasqua, 20 aprile 2003



    A don Teodoro Rapuano
MAMMA BELLA CU
LA FACCI LORCIA*




S’ave prisintàta, nu bèllu juórnu,

la Madonna: la facci lórcia,

tutta chjéna di macchji,

nu pócu carulàta.

Ma l’uócchji suji so’ cquiddri

di na mamma ca ògnunu

vuléss truvàni quann’a la sera

s’arritìra stancu, strutt’e afflìttu.



Unu pènza: « Chisà da ‘ndó véne

mo’ ‘sta Madonna? Da lu paravìsu no,

éja tutt’affardillàta, binidìca!

Li bbìji ch’ave camminàtu, li rripi,

li uaddrùni, li ghjiumàri ch’ave passàtu,

lu mantu mmalitrattàtu,

la vèst’azzangàta di lóta, lu Crijatùru

‘mpisantùtu ‘mbrazza...»



Ma a ghjì a bbidé, Quéddra stéva

‘mmiézz’a nnuji, ammucciàta

accussì bbónna ca nisciùnu,

mancu pi mmacinazióne,

ci jév’a ppinzà!



Tutt’ave sintùtu

tutt’ave patùtu

tutt’ave capìtu.

Nuji ‘nnì l’ìma

accuntà niénti!



     Zell, 25 maggio 2003

*A Giovanni Bosco Maria Cavalletti
MAMMA BELLA
DALLA FACCIA MACCHIATA



Si è presentata, un bel dì,

la Madonna: la faccia sporca,

tutta cosparsa di macchie,

un po’ tarlata.

Ma i suoi occhi sono quelli

di una madre che ciascuno

vorrebbe incrociare quando di sera

si ritira stanco, distrutto e sconsolato.



Uno si chiede: «Chissà da dove proviene

ora questa Madonna? Dal paradiso no,

così carica, Dio la benedica!

Le vie che ha percorso, i calanchi,

i valloni, le fiumare che ha guadato,

il mantello sdrucito, la veste

imbrattata di fango, il Bambinello

che le si è appesantito in braccio...»



Ma si viene a scoprire che Lei era

in mezzo a noi, così ben nascosta

che nessuno,

neanche per idea,

riusciva ad immaginarselo!



Tutto ha udito

tutto ha sofferto

tutto ha compreso.

Noi non dobbiamo

confidarle nulla
MAMMA BELLA, LAVIRIENZ’E L’ADDULURATA*



«Ma si po’ ssapé, andó stivu vuji?»



«Figliu mìju, simu stat’a lu strittu

pi ttuttu quistu tiémpu,

‘nd’à nu pirtùsu di muru,

ìj’e Llaviriénzu.»



«Ma come ‘nn’ìruvu tre, tu,

l’Adduluràt’e Ssantu Laviriénzu?»



«Na Madonna, dóji Madonne, tre,

quattu… so’ ssèmp’ìju, uaglió!

Stu fatt’éja com’a cquànnu

na mamma crésce nu figliu.

Pazzéja, rire, tréma, chjagne, allùcca,

pènza e ogni bbóta, si unu la uàrda

‘n facci, pare n’ata cristiana.

Eppùru jà sèmp’éddra!»



«Come si stéva ‘nd’à ‘ddrù pirtusu?»



«Come si fùssimu muórti, uaglió,

eppùr’annasulàmmu tuttu tuttu.

E mmò ci sim’abbivirùti n’ata vóta!

L’ummilità ci ‘ntrunfàva.

Chjù di li llàcrim’e ‘lu sudore!

Paréva ca stèmmu ‘nd’à lu fuóssu

‘la Madonna ‘l’Abbunnànzija,

pròbbit’andó corre l’acqua.

Lu ppirùtu ci rusicàva li ccarna,

li tirramóti ci ‘ntruntilijàvunu

buón’e mmègli’a nnuji,

pirò ‘n ci stéva nnì ppóliva

e mmancu pulivirìnu.»



«Come stivu a ppùlic’e ppidùcchji?»



«Niénti pùlici, piducchj’e llìnini.

La pèst’e lu culèru cu nnuji

‘n ci putévunu, ma li cristiani

cirnévunu com’a li ffurmìculi.

Si lamintàv’assaji Laviriénzu.

La paura sója era ca li ttàruli

ci carulàvunu e nnuj’arrivintàmmu

na jummèddra di sigatùra,

primu ca ci truvàvun’andó stèmmu.

Ci lu ddicéva ìju, ca ‘ddrù uaglióne

ca jètt’a ttruvà rifìn’a Ccampu Salintìna,

lu ssapéva ca pi nnùji, nu juórnu,

s’évuna scapulà li ccampàn’a ffèsta.»



«Si Santu Laviriénzu ‘nn’avév’a tte!»



«Lavirie’, nun ti spandà. Capisc’a mme!

Vulìvi vidè li stelle ca mucchéjunu?

Uàrda, uàrda. Li bbì ‘ddrà!

‘Ncòpp’Ariànu, ‘n zi so’ scurdàti di te.

Ogn’annu ti la fannu la fèrija!

Iju lu pigliàva cu li ‘ncuràggi.

Si nn’avév’a iddru, chi mi fuss’ajutàta

a rrègge a Nninnu ‘m brazza,

quannu stéva stanca o tinéva la fréve?

L’assavizzàva ch’éva mòve li piedi,

come s’èmma fa nu strappóne pi ffóre,

sinnò c’arrancàvunu li ccòssi!»





     Zell, 12 luglio 2003





*A li mmàmmura munticalivési.



‘N facc’a la filippìna, cu li ssèrchji

a li mmani, s’abbuttàvunu di fatìja.

Figliàvunu e, ppuru si mmalitrattàte

da li mariti, rifinnévun’a li figli.

E ppi li ddà a mmagnà, si livàvunu

lu muórzu da ‘mmócca.

MAMMA BELLA, SAN LORENZO E L’ADDOLORATA

 
«Ma si può sapere, dove eravate voi?»



«Figlio mio, siamo stati reclusi

per tutto questo tempo,

in un pertugio di un muro,

io e Lorenzo.»



«Ma come non eravate in tre, tu,

l’Addolorata e San Lorenzo?»



«Una Madonna, due Madonne, tre,

quattro…sono sempre io, guaglio’!

Il mio caso è simile a quello

di una madre che tira su un figlio.

Gioca, ride, trepida, piange, grida,

medita e ogni volta, se uno la osserva

in volto, pare un’altra persona.

Eppure è sempre lei!»



«Come si stava in quel pertugio?»



«Come se fossimo morti, guaglio’,

eppure ascoltavamo proprio tutto.

E ora siamo ritornati in vita!

L’umidità ci macerava.

Più delle lacrime e del sudore!

Pareva di stare nel vallone

della Madonna dell’Abbondanza,

giusto dove scorre il ruscello.

La muffa ci corrodeva le membra,

i terremoti ci scuotevano

ben bene,

però non c’erano né polvere

e neanche la tormenta di neve.»



«Come stavate a pulci e pidocchi?»



«Niente pulci, pidocchi e lendine.

Da peste e colera noi

eravamo immuni, ma la gente

moriva come le formiche.

Era afflitto assai Lorenzo.

Temeva che i tarli ci avrebbero

roso trasformando tutti noi

in una giumella di segatura,

prima che si scoprisse dove eravamo.

Lo rassicuravo io, che quel ragazzo

che trovò quiete a Campi Salentina,

era conscio che per noi, un giorno,

avrebbero suonato le campane a festa.»



«Se San Lorenzo non avesse avuto te!»



«Lore’, non ti scoraggiare. Ascoltami!

Volevi ammirare le stelle cadenti?

Guarda, guarda. Eccole là!

Ad Ariano, non ti hanno dimenticato.

Ogni anno ti dedicano una fiera!

Io così lo rincuoravo.

Se non ci fosse stato lui, chi m’avrebbe

aiutata a reggere il Bambino in braccio,

quando ero esausta o avevo la febbre?

Lo costringevo a muovere i piedi, come

se ci attendesse tanta via tra i campi,

sennò ci si rattrappivano le gambe!»











Alle madri montecalvesi.



Incuranti della bora gelida, con le mani

piagate, erano instancabili.

Partorivano e, anche se oltraggiate

dai mariti, proteggevano i propri figli.

E per sfamarli, si privavano

del boccone dalla propria bocca.t