Ritorna       Home page       Incontri Pompiliani
Proposito sibi gaudio
  
di Padre Serafino Perlangeli aSP
S. Pompilio cita questo breve passaggio di Ebrei 12,2 nella lettera del 24 agosto 1747, all’indirizzo di D. Ignazio Napoletani, nipote di Giovanna Napoletani e di Domenicantonio Ferramosca, suoi figli spirituali in Lanciano, adottandolo quasi come un programma di vita e può essere come un esempio per noi, specialmente all’inizio della Quaresima.
     Il suo spirito, a cui non ripugna la Croce e il patire, è attratto da quanto recita il brano, di cui fa parte la suddetta citazione: "…deposto tutto ciò che è di peso ed il peccato che ci assedia, corriamo con  perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia     che gli era posta dinanzi (proposito sibi gaudio), si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato” (Eb 12, 1-4).
     Non è difficile leggere nel passo citato lo spazio proprio e il tenore e lo spessore della spiritualità pompiliana nello spirito della Quaresima, tempo forte di conversione e di penitenza.
     S. Pompilio scrive infatti, nella lettera su citata: “Benedetto sia sempre Dio, che ci fa degni del bel tesoro del santo patire.  Figlio mio mi trovo sopra la croce, e spero però imitare il caro Gesù, standoci  come ci stiede esso: proposito sibi gaudio, cioè con allegrezza, con giubilo, e con amore di sempre più patire: patire, patire, e non morire”.
     Quale il motivo del suo patire? Lo dice di seguito: “Il buono e caro P. Rettore di    Lanciano (P. Angelo Marrazza) ha scritto di me ai nostri Superiori in Roma tale robaccia, che dello più infame soggetto non si poteva scrivere di peggio; or pensate, figlio, che persecuzione sta in piedi per me; e con quali battaglie io mi trovo, senza sapere positivamente dove la tempesta orrenda avrà da sbalzarmi…
     Benedetto sia Dio. Si faccia però, figlio, in ogni cosa la volontà di Dio. Si lasci  correre la tempesta, mentre si arriverà dove sarà buono per l’anima, a cui unicamente abbia da badare”.
     In tutto questo egli non pecca, non si adira, non maledice il Rettore, non  si scaglia contro di lui con parole offensive, non lo maledice, ma benedice Dio che lo fa degno del bel tesoro del santo patire e si diporta  con lui con carità e benevolenza, qualificandolo come buono e caro. La carità sopporta tutto, non pensa mai male, tutto scusa, non tiene conto del male ricevuto (cf 1Cor 13).  Non bisogna separare fede e carità dice il Papa nel messaggio per la quaresima. La carità è dono di sé, è sacrificio. Bisogna fissare lo sguardo su Gesù, autore e compimento della fede ed esempio di carità: non c’è amore più grande che dare la vita. Illuminati dal suo sguardo correre nella  corsa che ci sta davanti, liberi da ogni peso e fardello, anche di ciò che pensiamo sia sacrosanto, abbracciati alla croce di Cristo, l’unico nostro      sostegno e l’unico peso leggero da poter portare agevolmente, compiendo la volontà di Dio in ogni cosa.
     Marciate per il gran cammino, scrive  nella lettera del 14 ott. 1747, al signor     Domenicantonio Ferramosca, acciocché possiate  arrivare ad essere fedele allo Sposo Gesù. Vedete Gesù Crocifisso con tre chiodi.
     Il patire non è mai abbastanza per S. pompilio che ripete ad ogni ferita: Plura, Domine, plura (ancora di più, Signore). Anzi la pena più grande per lui è di non aver mai saputo patire a dovere, con quello eccelso bello brio, come devesi, recandogli un gran tormento (cf lett. del 16 sett.1764). Bisogna ben patire; e bisogna ben attendere a gustar dei frutti venerabilissimi della santa Croce (Ib).
     Mai avuto un momento di altra allegria, se non di patire:  pati, pati; e sempre più a questo patire ho avuto gli occhi  miei fissi, e sempre più ce li fisso, desideroso di essere tutto, tutto del mio Bene in quella maniera, che esso vorrà di me (Ib).
     Vorrei mangiare con soave palato i frutti sacratissimi della Santa Croce (lett. 21 sett. 1764). E il tutto che si può patire, l’è puro, purissimo nulla. Patiamo per Dio, e non la sbaglieremo in verun modo (lett 22 dic. 1762). Il nudo Cristo, la nuda Croce di Cristo nudo voglio seguire (lett. 6 sett. 1764).
     Quanto dice S, Pompilio trova conforto e riscontro nella lettera di S. Pietro: Perciò Siete pieni di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo,afflitti da varie prove affinché la vostra fede, messa alla prova…torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Perciò esultate  di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la meta della vostra fede, la salvezza delle anime (1Pt 1, 6,7,8.9). Figlio devesi patire, insiste S. Pompilio, ecco la conclusione del tutto, che ce la fa S. Paolo Apostolo, raccontando le sue persecuzioni:  tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati  [2Tim  3,12] (lett. 11 ott.1764). Ecco la gran massima appresa dal mio caro S. Paolo: non       gloriarmi se  non nella Croce di nostro Signore Gesù Cristo [Gal 6,1] (lett. 27 del ’62). Bisogna badare sul sodo; e il sodo l’è per ora il puro e nudo patire, adempiendosi da noi la bella volontà di Dio a dovere secondo tutte le vicende di questo mondo, in cui chi naviga, e chi va a fondo; e perciò badiam bene ad essere su di questo gran sasso fermo, che l’è Gesù, e Gesù Crocifisso, per cui il mondo per me è stato crocifisso, e io al mondo [Gal 6,14] (lett. 6 sett 1764). Così egli ha creduto e così si è comportato.