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Introduzione

Sono veramente lieto stasera di poter presentare questo studio di Giovanni Bosco Maria Cavalletti un appassionato di storia religiosa della nostra terra irpina.
Saluto tutti quanti voi cominciando dalle autorità civili e religiose e a tutti voi presenti per fare memoria del beato Felice da Corsano.
Ho accettato questo invito del parroco di Montecalvo Irpino Don Teodoro Rapuano per l’amicizia che ci lega, perché ho seguito la preparazione di questo volume e sono felice di dare una mano anche nel piccolo per aiutare ad avviare il Processo per la beatificazione del nostro conterraneo irpino.

Lo studio di Giovanni Bosco Maria Cavalletti ha come titolo: Felice da Corsano Un raggio agostiniano tra i santi riformatori del XVI secolo. Già il titolo indica che l'autore vuol darci una biografia di questo religioso, vissuto a cavallo tra il 15º e 16º secolo, che ha incarnato il carisma agostiniano e si è caratterizzato come riformatore della stessa vita religiosa.
Il lavoro è preceduto da una prefazione del postulatore generale dell'ordine di Sant'Agostino padre Joseph Sciberras e da una presentazione dal parroco di Montecalvo Irpino Don Teodoro Rapuano il quale è stato vicino all'autore accompagnandolo fino alla pubblicazione del testo e non nascondendo il suo entusiasmo per avere nella sua parrocchia un nuovo modello di vita cristiana e religiosa che vorrebbe agli onori degli altari.
Il lavoro è diviso in quattro parti con complessivi 21 capitoli e completato da una cronologia, dall'indice dei nomi e dei luoghi e dall'indice generale per complessive 428 pagine con copertina, edito da Irpinia libri e stampato dalla tipolitografia Borrelli in San Giorgio del Sanno nell'ottobre del 2015.
E’ significativa la dedica posta all'inizio del testo: Dedicato a Sant'Alfonso Maria de’ Liguori, San Gerardo Maiella, Servo di Dio P. Antonio Maria Tannoja, P. Francesco Saverio Vasquez O.S.A., P. Cosma Lojodice O.S.A. P. Francesco Pennetta che con devozione e infaticabile zelo hanno promosso per primi le virtù eroiche del Beato Felice da Corsano.
Questa dedica anticipa la bibliografia esistente nel testo, ma sarebbe stato bene se tutte le indicazioni bibliografiche, pur esistenti nel testo, avessero avuto una loro collocazione sotto le voci Fonti e Bibliografia. Sarà necessario averla per l’inizio del Processo insieme a tutti i testi fotocopiati. Credo che questo sia l’unico neo in una ricerca puntuale ed esaustiva.
Nella costruzione del testo poi l’autore ha sempre seguito una sua metodologia che lo ha portato a voler dimostrare, a volte con puntiglio le divergenze e le inesattezze riscontrate in altri autori e dando sempre la sua versione dei fatti.
Il libro non è un racconto, non è una biografia in senso stretto, ma una esposizione di tutto quanto ruota intorno alla figura del beato Felice, iniziando dalla sua famiglia religiosa, dai luoghi natali, dalle poche in verità notizie biografiche, dalla sua opera di riforma della famiglia agostiniana nella Capitanata, dall'impegno di alcuni religiosi di tenere viva la sua memoria e di volerlo agli onori degli altari.
Nel leggere i testi ci si accorge che l'autore ama il suo personaggio e raccogliendo l'eredità di coloro che hanno scritto in passato sul beato Felice, desidera ripresentarlo come una delle figure eminenti dell'Ordine agostiniano, che lo indica da sempre come beato e di santo uomo di Dio della Chiesa universale.
Le parti del libro
Il libro è diviso in parti e capitoli.
La prima parte composta di otto capitoli ha come tema L'opera riformatrice del beato Felice da Corsaro tra le riforme del XIV e XV secolo. Viene presentata l'Europa del tempo e la riforma osservante nell'Ordine agostiniano. Poi Corsano patria del beato Felice e le poche notizie biografiche. Sono nuovi i contributi dei capitoli dal quinto all’ottavo che presentano il beato Felice da come confessore nella principale bibliografia agostiniana, la certezza della beatitudine, fondamento per la richiesta di canonizzazione, dal Dies natalis alla proclamazione della beatitudine ed infine i documenti di Atripalda, da una notizia che avrebbe spianato la strada alla canonizzazione ad una grossolana svista con l'interrogativo: dove è morto il beato Felice da Corsano?
La seconda parte tratta del culto ab immemorabili e il processo in sei capitoli. Nel primo vengono presentate le figure del padre Antonio Maria Tannoja, del padre Francesco Saverio Vasquez, dei  redentoristi e agostiniani uniti in un progetto congiunto e viene presentata la corrispondenza epistolare;  nel secondo il processo di Bovino con i sei quesiti da risolvere per poter iniziare la causa, ma su questi quesiti ci soffermeremo a parte; nel terzo la supplica al re di Napoli per la riapertura della chiesa già dedicata al beato Felice nella grotta che porta il suo nome in Deliceto; nel quarto  il corpo del beato Felice: una anonima peregrinazione, i particolari del rinvenimento da una lettera del Tannoja al Vasquez; nel capitolo quinto l’attestazione giurata del padre Antonio Maria Tannoja ed infine nel sesto i padri redentoristi custodi delle reliquie del beato Felice.
La terza parte è dedicata alla riforma Illicetana con nel primo capitolo La riforma d'osservanza del beato Felice nel secondo della casa madre della Consolazione in Deliceto e nel terzo capitolo della fon-dazione dei conventi di Ariano, Ascoli Satriano, Panni, Troia, Corsano, Gildone, Montecalvo Irpino, Mon-tefalcione, Castelluccio Valmaggiore, S. Bartolomeo in Galdo, Baselice, Atripalda, Campobasso e Orsara.
La quarta parte in due capitoli riporta I contenuti della riforma nella convenzione stipulata da Sigi-smondo Carafa, l'università di Montecalvo e le confraternite di Santa Caterina e San Sebastiano con fra  Felice da Corsano.
Nel secondo capitolo sono elencati i meriti della famiglia Carafa nella diffusione delle riforme d'os-servanza.
La quinta parte, ha come titolo La casa madre di Deliceto nei cuori di Sant'Alfonso Maria de’ Liguori, di San Gerardo Maiella e del venerabile padre Paolo Cafaro con il primo capitolo I missionari del SS. Redentore e il convento della Consolazione ed il secondo il padre Antonio Maria Tannoja biografo del beato Felice.
Le novità di questo studio sono certamente i capitoli relativi alla causa di beatificazione del beato Felice iniziata in Bovino ed i capitoli relativi al Dies natalis ed al ritrovamento dei resti mortali del beato Felice.

Interrogativi sulla Causa di Beatificazione in Bovino

Dalla cronologia rileviamo che nel 1744 alla vigilia di Natale Sant'Alfonso Maria dei Liguori giunge a Deliceto e rimane affascinato dall'icona della Madonna della Consolazione. Qu molto probabilmente scrive la pastorale Quann nascet Ninn. L'anno successivo nel 1745 il 1 marzo il futuro beato Antonio Lucci vescovo di Bovino concede il complesso della consolazione a Sant'Alfonso Maria dei Liguori e vi arrivano i padri redentoristi. Nel 1749 giunge San Gerardo Maiella il quale l'anno successivo con il pa-dre Antonio Maria Tannoja riattiva il sentiero che porta alla grotta del beato Felice perché era stato ostruito da un crollo delle mura soprastanti.

Nel 1769 vengono ritrovate le reliquie del beato Felice nella grotta di Deliceto all'interno dell'altare a lui dedicato e sempre nello stesso anno vengono tumulate le reliquie di fronte all'altare maggiore della chiesa della Consolazione. Il 19 febbraio 1774 il padre generale agostiniano Francesco Saverio Vasquez prende impegno di inoltrare alla Santa Sede la richiesta per il riconoscimento del culto ad immemorabili prestato al beato Felice da Corsano. L’8 marzo vengono viene effettuata la ricognizione delle reliquie, le ripongono in una nuova urna in attesa di poterle deporre di nuovo nell'altare della grotta che si è in restauro. Finalmente nel 1775 il 10 luglio monsignor Tommaso Pacelli vescovo di Bo-vino istituisce il processo diocesano per il riconoscimento ab immemorabili delle virtù eroiche e della santità del Beato Felice.
E’ bene precisare che il titolo di beato attribuito a Fra Felice è dato dall’Ordine agostiniano e comu-nemente dal popolo fedele.
Ci piace a questo punto riportare i quesiti per dare inizio alla causa di beatificazione nel processo diocesano di Bovino.
Scrive il promotore fiscale al vescovo Pacelli: “nel decorso della Santa visita in questa terra di Deli-ceto pervenuto a notizia come al di sotto della venerabile casa di Santa Maria della Consolazione extra menia di detta terra convento soppresso dei padri eremitani di Sant'Agostino e capo della riforma già detta Illicetana vi sia una grotta che dicessi abitata dal beato Felice da Corsano fondatore di detto con-vento e riforma ab antiquo tenuta in somma venerazione, come Chiesa già dedicata ad esso Beato; e che sin dall'anno 1769 e propriamente al di 4 novembre si sia rinvenuto nel corpo dell'unico altare ivi esistente un sacro deposito, che comunemente da tutti già stimasi, e si vuole di detto Beato, a causa an-che l'altare ad esso dedicato; e come tale volersi venerare e tenersi esposto alla pubblica adorazione dei fedeli; e perché non esiste nella vescovil curia documento veruno della consacrazione di detta grotta in chiesa né dell'esistenza in quella del sacro deposito di esso Beato;
Perciò ad istanza che di tutto se ne prenda giuridico informo e che con tutta quella diligenza che si conviene cioè:
1. Se il titolo di Beato si sia dato sempre ad immemorabili in detta terra d’Illiceto al servo di Dio fra Felice da Corsano Eremitano di Sant'Agostino, fondatore della riforma detta Illicetana, e del convento di Santa Maria della Consolazione, che esiste nella medesima terra?
2. Se la menzionata grotta sia costantemente tenuta e venerata sempre qual chiesa e da quanto tempo?
3. Se questa sia stata dedicata al beato Felice, e se sopra l'altare vi sia stata sempre, come diocesi una statua di pietra, rappresentante esso Beato?
4. Se sia vero, che nella divisata grotta vi sia stato sempre ab immemorabili un continuo concorso di gente per venerare detto Beato?
5. Se per antica tradizione siasi anche sempre creduto dalle genti del paese, che in detta sagra grotta vi fosse stato conservato il Corpo del Beato?
6. Finalmente in qual tempo, da chi e in quale circostanza il suddetto sacro deposito si sia ritrovato nella suddetta grotta ed altare?
E ciò affinché si venga al totale dilucitamento della verità che si ricerca”.
Vengono interrogati 20 testimoni i quali asseriscono non solo sulla santità del beato Felice ma so-prattutto sulla presenza in detta grotta delle spoglie del beato Felice da Corsano.

Il Dies Natalis

Purtroppo il Beato Felice da Corsano rimane beato dell’Ordine agostiniano perché non vi è alcuna data della sua morte in Deliceto. Ora grazie al lavoro certosino del nostro autore sappiamo che il beato Felice da Corsano muore il 20 settembre 1726 ed a quattro giorni di distanza il 24 settembre in Atri-palda viene istituita una messsa quotidiana perpetua per il padre Felice da Corsano da parte del Gen-til’uomo Nicol’Angelo Titomallo alla presenza del vescovo di Avellino e Frigento mons. Arcangelo Mi-chele Madrignano. Ma di questa scoperta ce ne parlerà direttamente il Cavalletti.

Anche per il ritrovamento dei resti mortali del Beato Felice ce ne parlerà l’autore. A me la lettura della nota riportata nella cronaca dello Schiavone che così suona.
“Ossa del beato Felice
Morto a Deliceto; vi si conservano, in quel nostro ex Collegio, da 7 a 10 Ossa, in una cassetta di legno della larghezza circa un palmo, e di altezza forse mezzo palmo.
Detta scatola o cassetta colle dette ossa stava nel guardaroba ed aveva l’iscrizione davanti su di un pezzetto di carta.
Fratel Pietro Panza se le portò in famiglia a Candela per salvarla nella soppressione del 1° gennaio 1867.
Ritiratosi in Collegio a Materdomini, Fratel Pietro lasciò a sua madre dette sacre ossa.
Tanto mi dichiarò a Materdomini detto fra Pietro Panza alla presenza dell’ex postulatore Vito Russo di Picerno.
L’ex nostro padre D. Vincenzo Palmieri di Candela condusse a Roma la cassetta con le ossa.
Il P. D. Giovanni Palmieri andò a rilevarle e le portò ad Avellino e si conservano ora nella nostra chiesa”.
Queste ossa, che il Tannoja riteneva del beato Felice rimangono al culto dei fedeli nella chiesa dei Liguorini di Avellino fino al 23 novembre 1980, anno del terremoto, che fa chiudere al culto la chiesa.
Luogo natale
Corsano una contrada oggi del comune di Montecalvo irpino nella provincia di Avellino della regione Campania, già feudo assegnato da Federico II a Matteo di Tocco e successivamente alle famiglie Sabranno, Sforza, Quevara, Pignatelli e Carafa. Quest'ultima amministra il feudo quando nasce il beato Felice alla metà del XV secolo. Corsano era un villaggio di pochi abitanti che si raccoglievano in pre-ghiera nella chiesa parrocchiale di San Nicolò di Bari di diritto di patronato dei baroni di Corsano ed è qui che viene battezzato il beato Felice.
Non si conosce la data di nascita del beato Felice certamente nella prima metà del 15º secolo. Nasce nella famiglia Polles di cui sappiamo poco. Ebbe i rudimenti della fede nella parrocchia del paese ed è certamente qui che imparò a leggere ed a scrivere. Dopo gli anni della fanciullezza si portò in Napoli dove iniziò e concluse gli studi nel convento agostiniano di San Giovanni a Carbonara. Gli agostiniani in Napoli erano presenti da una cinquantina d'anni portati da fra Simone da Cremona.
Le cronache dell'Ordine ci dicono che il padre Felice da Corsano ebbe il titolo di baccelliere in sacra Teologia ma qualcuno ha detto che era anche molto “versato ed erudito nelle lettere umane”.
Credo che più che i titoli accademici fra Felice scelse la strada della santità. In Napoli già lo conoscono come uomo di Dio per cui viene chiamato nella Capitanata a dare vita ad una nuova congregazione agostiniana, riforma che prese il nome dal luogo di fondazione di Deliceto da cui Illicetana. In questo luogo si intensificò la vita spirituale e partì l'opera apostolica di fra Felice che divenne in breve tempo punto di riferimento per tanti religiosi che lo seguirono sulla nuova strada della osservanza della regola di sant'Agostino senza accomodamenti. In questo luogo e nella grotta trascorse la maggior la maggior parte dei suoi anni pur andando sistematicamente nei luoghi dove veniva richiesto e dove vennero fondati dei conventi agostiniani. Ovunque portò il suo carisma di uomo di Dio al servizio dei fratelli. La morte lo colse in Deliceto dove venne sepolto nella grotta che lui tanto amava perché era il luogo dove Dio si era manifestato e dove la Santa Madre di Dio della Consolazione lo aveva accompagnato nel cammino di fede fino al premio eterno.
Nel preparare questo mio intervento mi sono chiesto se dovevo approfondire qualche aspetto della ricerca, già esaustiva in se o aggiungere qualche novità.
Siccome lo studio del Cavalletti ricostruisce il personaggio, con molta accuratezza, attingendo alle antiche biografie e narra le vicende che accompagnarono le sue spoglie mortali, per non anticipare molto del racconto, mi sono detto che dovevo con questo mio intervento completarne alcuni aspetti in modo da far emergere ancora di più la figura del beato Felice, ma soprattutto cercare di dare una risposta all'interrogativo: Il beato Felice può raggiungere gli onori dell’altare.

Desidero subito sgombrare il campo da eventuali equivoci per cui affermo che nel testo presentato mancano ben delineate due cose essenziali per un processo canonico: mancano i miracoli e le prove delle virtù eroiche esercitate in vita. Non esistono poi scritti attribuibili al Santo, questo semplifica il lavoro per una eventuale causa futura.
L’altro interrogativo è sulla interruzione del culto nella chiesa del Beato Felice a Deliceto o altrove.

Si può superare lo scoglio della interruzione della continuità del culto ma per i restanti interrogativi bisogna rileggere le biografie del Beato e stralciare dagli interrogatori al processo di Bovino quelle testimonianze che fanno emergere le virtù vissute eroicamente, il cammino di fede costante ed il tesoro della carità accumulato in terra. Non mi sembra che ci siano abbiezioni al suo amore per il SS. Sacramento e la devozione verso la Madre di Dio, che onorava sommamente specie nella chiesa di Deliceto.
Grazie al presente studio conosciamo la data della sua morte il 20 settembre 1526 ed il ritrovamento delle sue spoglie mortali.
Urge pertanto collocare la vita del Beato nel suo tempo e coglierne prima l'ansia e poi il desiderio profondo di essere al servizio della Chiesa con una condotta di vita da vero e autentico uomo, cristiano e religioso.

Il beato Felice vive su questa terra in tempi di cambiamenti epocali per la società e per la Chiesa. Ricordiamo qualche dato:
Nel 1492 Cristoforo Colombo scopre l'America
Gutberg inizia in Germania ad usare i caratteri mobili per la stampa
Riprende lo sviluppo demografico dopo la peste del 1455-56
E’ il tempo dell'Umanesimo che accompagna l'uomo alla riscoperta dell'antico
Il Rinascimento avvia l'uomo al bello
Continua specie nelle nostre campagne del Sud la divisione sociale netta tra feudatari e servi, clero e laici, religiosi e pubblici ufficiali, mercanti e piccoli proprietari terrieri e poveri in canna.
La situazione della Chiesa non è delle migliori.
E’ terminato lo scisma d'Occidente con papa Martino V, ma il clero per lo più non è residente nei luoghi del proprio ministero
Si ricerca il lusso e la ricchezza. Prevale un nepotismo esasperato nella attribuzione dei benefici ecclesiastici
Il concubbinaggio  del clero è una costante dell'epoca
Si ricercano prebende e commende senza oneri annessi
Manca la predicazione e l'accoglienza, che si demanda perlopiù ai religiosi
Le funzioni sacre sono limitate alla sola domenica o alle feste comandate
Funzionano poco le scuole parrocchiali per i bambini
C'è poco controllo nella vita ecclesiale nelle alte sfere della Chiesa e nei piccoli paesi.

Sul finire del 14º secolo e gli inizi del 15º, anche in seguito alla peste nera che aveva dimezzato la popolazione mondiale, lentamente si fa strada nel popolo di Dio il desiderio di un rinnovamento. Se ne fanno artefici gli ordini religiosi antichi, i quali pur nelle difficoltà di numero per la peste nera, iniziano a vagheggiare una riforma in capite et in membris. Lentamente la parola riforma porta a rileggere le antiche regole. Rinasce il desiderio di un ritorno alle origini dei PP. Fondatori. Questo cammino di rinnovamento prende il nome di Osservanza.

“Un denominatore comune dell'Osservanza può trovarsi nello spirito di riforma, che comincia da una inquietitudine profonda di fronte al rilassamento dell'ideale primitivo, si manifesta subito in forma di contestazione contro le interpretazioni accomodatizie della regola adottate ufficialmente da alcuni gruppi all'interno degli stessi ordini per cui ci sono molti religiosi che sono scontenti della vita che conducono nei conventi o nei monasteri.
Quasi sempre per osservanza regolare si intende l'impegno di osservare la regola secondo le antiche dichiarazioni pontificie.
La povertà stretta nelle abitazioni, nei vestiti, viaggi, denaro sta sempre al centro del programma di vita. E comune la tendenza a vivere in luoghi ritirati a volte agresti, in piccoli gruppi, al fine di scoprire l'intimità fraterna e dedicarsi alla preghiera contemplativa con maggiore libertà. L'esercizio della orazione mentale, in effetti è fondamentale nella spiritualità di tutto il movimento di osservanza in questa epoca; non dimentichiamo l'enorme impulso della cosiddetta devozione moderna anche negli ordini religiosi più dediti all'ufficio corale. La pietà popolare e soprattutto l'intimità silenziosa con Dio nella contemplazione ha il primato specialmente negli eremi. C’era un detto tra gli Osservanti specie in Spagna: “devotamente orare, santamente meditare, altamente contemplare”. Allo stesso tempo si dava grande importanza al silenzio a volte come quello cistercense di comunicare con segni e anche questi dovevano ridursi al minimo. Si viveva in rigida clausura protetta da un recinto murato con una ruota per comunicare con l'esterno. Questa riforma osservava inoltre astinenza perpetua dalla carne e si obbligava a una quantità di rigide osservanze esterne. Si può dire che era una vita rigida.
La tendenza esagerata proprio degli inizi verso la vita eremitica, trovò il suo contrappeso nel ministero della predicazione, cui tutti gli animatori delle riforme si dedicarono con esito tanto migliore quanto più viva era la testimonianza di vita evangelica che davano. Questo dinamismo apostolico ristabilirà l'equilibrio fra l'esigenza di ritiro e l'attività esterna e anche con il gusto della semplicità illetterata e lo studio.
La spiritualità del tempo si caratterizza specialmente per i religiosi nella lettura o meditazione della testo di grande successo l’Imitazione di Cristo, un testo certamente non scritto da Tommaso da Kempis come spesso si è detto, ma da un anonimo monaco medioevale. Questo testo accompagnava i religiosi nel loro cammino di perfezione specialmente per quanto riguardava la meditazione e l'orazione mentale. E in questo contesto che nasce in un piccolo villaggio dell'Irpinia, Corsano, il beato Felice.
In molti ordini religiosi, il caso più emblematico è quello dell'ordine agostiniano, mentre i gruppi di religiosi che non aderiscono all'osservanza vanno verso la ribellione e la separazione dalla chiesa come nella Germania di Lutero, in Italia nascono riformatori che con la loro vita e la loro opera aiutano la chiesa preservando i fedeli dall'eresia. È il caso dell'impegno del beato Felice il quale con la sua vita e il suo esempio permette la fondazione di nuove case religiose che si organizzano e danno vita a una nuo-va entità agostiniana che prende il nome di riforma Illicetana.
Proprio negli anni di maggiore attività del beato Felice in Capitanata, Lutero, già lettore di teologia, scendeva a Roma per affari del suo Ordine agostiniano. In Roma rimane scandalizzato dalla vita disso-luta e lussuriosa di molti ecclesiastici, anche di altro grado, ritornandosene in Germania con tanti dubbi e incertezze, che non lo aiutano al rinnovamento della propria vita spirituale ma ad abbandonare progressivamente la preghiera, la meditazione, il digiuno, i voti religiosi e la vita di fraternità. Il suo impatto con il peccato e l'aridità spirituale gli fanno perdere l'unione con Dio e il rifiuto di tutto ciò che è dovere spirituale. Matura la convinzione che solo la grazia di Dio può salvare. Poi in seguito alla pre-dicazione delle indulgenze espose le 95 tesi davanti alla chiesa di Wittmberg e le successive vicende lo portarono ad allontanarsi sempre di più dalla chiesa e ad avviare la rivoluzione protestante.
Mentre tutto questo avveniva in Germania in una fraternità di Sant'Agostino in questa nostra terra il maturo Felice, cosciente delle difficoltà del clero, ed avvertendo che il popolo di Dio necessitava di una istruzione religiosa e di una guida nella vita cristiana, di luoghi di carità e di accoglienza su richiesta del duca di Amalfi, Antonio Todeschini Piccolomini, nipote del papa Pio II e genero del re di Napoli Ferdinando I d’Aragona, si fece carico della costruzione del convento di Deliceto dove iniziò ad abitare nella piccola grotta come eremita senza però disattendere alla predicazione, all'accoglienza dei fedeli e alla cura dei poveri e dei malati.
Le colline intorno a Deliceto in questo periodo ospitano numerosi pastori e molte greggi di pecore e di bovini. I pastori vivono in tende, a volte anche con le loro famiglie e sono abbandonati da tutti, non essendo i proprietari dei loro armenti e quindi poverissimi. Diventa luogo sicuro di accoglienza spe-cialmente per i loro bambini la grotta di Fra’ Felice. E’ qui che ricevono l’istruzione religiosa e le cure necessarie nelle malattie, insieme ai loro genitori partecipano alle funzioni sacre nei momenti solenni della chiesa.
Con la costruzione del convento di Deliceto la Capitanata ha un porto sicuro di spiritualità e di ac-coglienza e in fra Felice una guida attenta ai bisogni materiali e spirituali della sua fraternità e del po-polo, il quale lo considera un vero uomo di Dio, che vive di Dio e a Dio tutto conduce. Nello spirito della osservanza predilige il silenzio della piccola grotta esistente in loco dove si ritira in continuazione per la preghiera e la meditazione e dove i fedeli lo incontrano per chiedere per i tanti bisogni che incontrano nella vita. Fra Felice non si ferma in questa sua attività, ma tutte le volte che lo richiedono, parte e va nei paesi vicini per predicare la penitenza e la conversione del cuore. Il popolo si converte e chiede a lui di poter avere la presenza dei suoi frati. Comincia così la grande avventura della provincia agostiniana della Capitanata. Tutti avvertono la presenza di questo uomo di Dio e non lo lasciano mai solo in ogni momento.
Della Capitanata, anche nei periodi successivi specialmente sul finire del 16º secolo, si avranno di questi momenti e di questi personaggi che cambieranno il volto religioso dell'area. Faccio riferimento al grande movimento francescano della più stretta Osservanza che porta alla fondazione di una provincia francescana di Sant'Angelo in Puglia che della sua massima estensione raggiunge addirittura una sessantina di conventi tra il Sannio, l'Irpinia, la capitanata ed il Molise.

Ora ci chiediamo perché la fondazione di tanti conventi in paesi, anche piccoli, tra il 15º ed il 17°secolo. Le motivazioni sono diverse ma soprattutto mi piace ricordarne qualcuna.
Negli anni passati mi sono soffermato a studiare molto le fondazioni francescane in quest'area a cavallo tra il Sannio e le Puglie specialmente le fondazioni come dicevo di conventi della provincia dei Francescani Riformati di Sant'Angelo in Puglia. Ho potuto constatare che una delle motivazioni per cui i signori locali avviavano la costruzione di un convento o di un monastero è dettato da esigenze spirituali. In genere nei documenti si trova l'espressione “pro redemptione anime sue”, per la redenzione della sua anima. È una motivazione di carattere spirituale: assicurare il premio eterno alla propria anima o all’anima dei suoi cari. Insieme a questa però in genere si nascondeva una esigenza pratica. I paesi specialmente quelli piccoli mancavano di ogni forma di assistenza e di carità. Molto spesso anche di istruzione e di assistenza spirituale come la predicazione. La chiamata dei religiosi in un luogo comportava sempre che questi, ricevendo i mezzi per la sussistenza quotidiana, si impegnavano a dare alla popolazione vari tipi di assistenza. Quella spirituale con la predicazione domenicale e festiva, la predicazione della Quaresima e negli altri tempi forti dell'anno, l'assistenza ai moribondi, la confessione e la celebrazione della messa nelle chiese proprie, l'istruzione religiosa ai bambini come il catechismo. Gli stessi signori feudali sceglievano come propria chiesa per la sepoltura la chiesa del convento e la dottavano anche di una rendita per questo servizio. Molto spesso in queste chiese costruiscono cappelle ed altari, per i quali richiedono anche le indulgenze. La chiesa conventuale così si arricchisce anche di celebrazioni stabili che danno l'avvio a particolari devozioni che coinvolgono il popolo. In molte chiese conventuali si conservano tesori d'arte cristiana come tavole dipinte e dorate della Madonna, del Signore e dei Santi. Nascono le prime processioni per la celebrazione delle feste della Madonna e dei santi protettori. Si intensificano le processioni penitenziali nei tempi forti dell'anno come la quaresima e il periodo d'avvento.
Tralascio di sintetizzare le regole della vita vissuta nel convento ma sarebbe interessante studiare le Costituzioni e gli ordinamenti che regolavano la vita conventuale.
I signori feudali però richiedono ai religiosi anche un secondo tipo di impegno l'impegno della carità. I conventi hanno sempre una foresteria, un luogo dove poter accogliere i viandanti, i predicatori iti-neranti e tutti coloro che hanno bisogno di un tetto per la notte. La foresteria e anche il luogo dove viene distribuito il pasto giornaliero. È anche il luogo dove si ricevono i malati e vengono distribuite le medicine. Non mancano nei conventi l’erboristeria dove rimangono le erbe medicinali. Nei momenti di grande calamità come le pestilenze i religiosi sono i primi ad accogliere ad accorrere al capezzale dei malati e dei moribondi. Li curano con amore e quando sopraggiunge la morte, li accompagnano alla sepoltura.
In questo periodo come si vede l'opera di istruzione religiosa e di carità è totalmente nelle mani degli religiosi, i quali finiscono per avere il plauso delle popolazioni.
Con questa descrizione ho voluto parlare dell'attività spirituale e caritativa degli agostiniani di Deliceto e della Capitanata. Il Beato Felice da Corsano è un maestro di spirito che opera in prima persona ed avvia i suoi frati a prendersi cura di se stessi per diventare santi e del popolo per istruirli e per dare loro il pane della vita ed il pane quotidiano della carità.
Mi fermo anche se avrei tante altre sottolineature da fare. Ringrazio ancora il Cavalletti, al quale auguro successo per questa pubblicazione, Don Teodoro per questa occasione e tutti voi che benevolmente mi avete ascoltato.
Dal cielo ci protegga e ci benedica il Beato Felice da Corsano, che certamente è veramente felice di poter uscire dall’obblio e continuare ad insegnare la via di Dio a noi cristiani di oggi.

PRESENTATO A DELICETO L'INTERESSANTE LIBRO
FELICE DA CORSANO UN RAGGIO
AGOSTINIANO TRA ISANTI RIFORMATORI DEL XVI SECOLO
Sabato, 16 gennaio 2016

PRESENTAZIONE DI PADRE DOMENICO TIRONE ofm
Storico
WYSIWYG Web Builder
Pellegrini montecalvesi in visita
alla Grotta del Beato Felice
Interno del Santuario della Consolazione di Deliceto
Intervista al parroco di Montecalvo Irpino,
don Teodoro Rapuano
Intervista all'autore del libro
Giovanni Bosco Maria Cavalletti
Intevista all'assessore alla cultura
del Comune di Deliceto
Bambini montecalvesi nel loro costume tipico
La Polifonica di Deliceto
Padre Domenico Tirone ofm
durante la presentazione del libro