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San Pompilio e il Mistero della Morte
Mors ultima linea rerum est (Orazio, Epist. 1, 16, 79)

   
di Padre Serafino Perlangeli aSP
Laudato sii, o mio Signore, / per nostra sora Morte corporale, / dalla quale nessun uomo vivente può scampare. / Guai a quelli che morranno nel peccato mortale. / Beati quelli che si troveranno nella tua volontà / poiché loro la morte non farà alcun male. (S. Francesco d’Assisi).

La commemorazione dei defunti ci rammenta che l’esistenza umana è al confine tra la vita e la morte. L’esistenza terrena è fugace, è breve: se siamo oggi non saremo domani, dice
S. Pompilio (lett VII), e con S. Paolo afferma: passa la scena di questo mondo (1Cor 7, 29.31;
lett CIV e lett di metà giugno 1766).
Solo un soffio è ogni uomo che vive, un’ombra che passa; come un soffio si affanna, accumula e non sa chi raccolga (cf Sal  39/38, 6-7).
La morte è l’ultima linea della realtà. Linea che è perfettamente valicabile grazie alla fede nella potenza dello Spirito del Signore Risorto che ci assicura il passaggio dalla morte alla vita. La speranza cristiana trova fondamento nella Bibbia, nella invincibile bontà e misericordia di Dio. Io so che il mio Redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere
(Gb 19,25-27). Non è dunque la dissoluzione nella polvere il destino finale dell’uomo, bensì, attraversata la tenebra della morte, la visione beatifica di Dio, così come Cristo che è morto e risorto. La morte è il limitare della porta che introduce alla vita, alla visione di Dio. La traiettoria dell’esistenza umana è vita-morte-vita. La morte non è quel dramma e mistero che segna il punto culminante dell’esistenza, dove, seguendo un’immagine filosofica, tutto s’innalza, come in  un’onda che sale repentina e poi d’improvviso precipita in abissi assolutamente inaccessibili allo sguardo umano, ma è l’esodo della vita nascosta in Dio, nel grande oceano, secondo un’immagine pompiliana, della bontà misericordiosa di Dio, visibile agli occhi della fede.
È fiorente come un olivo, chi si abbandona in Dio, in eterno e per sempre (cf Sal 52/51,10).
La fugacità della vita ci insegna, allora, che dobbiamo operare il bene, finché ne abbiamo il tempo (cf Gal 6,10): il tempo che passa non ritorna più.
S. Pompilio stigmatizza chi non si preoccupa di lasciare la fama di sé dopo la morte:
      Quando un religioso non ha pensiero di lasciare la fama, erede di se stesso e delle cose
      sue dopo la morte, si vada a friggere; la sua religione è vana [Gc 1,26]…Un’eredità
      accumulata in fretta all’inizio non sarà benedetta alla fine
[Prv 20,21]; (lett IV).

Vi fa eco un’altro adagio: La ricchezza venuta dal nulla (senza impegno personale)
diminuisce, chi la accumula a poco a poco, la fa aumentare (Prv 13,11).
      Voglio vivere di tal maniera, si  promette S. Pompilio, che abbia da lasciar per erede
      mia, la fama…per la maggior Gloria di Dio
(lett V).

Bisogna saper trafficare i talenti ricevuti; il servo fannullone sarà gettato fuori (cf. Mt 25,14ss).
E’ un fulgido esempio il felice passaggio del fu Vicerettore di San Pantaleo, P. Donato Maria Hatzl di S. Filippo Neri (27/1/1691-17/7/1764), di eccelse virtù religiose, specialmente l’umiltà e l’obbedienza, lasciando in tutti un grande rimpianto e stima:
      Circa del felice passaggio del fu Vicerettore di S. Pantaleo, scrive S. Pompilio, Ah
      Figlio, beati mortui qui in Domino moriuntur
(beati i morti che muoiono nel
      Signore, Ap.14,13). Egli era già morto a sé; era divenuto già del cielo, nel tempo
      stesso, che abitator tuttavia egli era del mondo. Onde ce ne dobbiamo rallegrare;
      mentre avendo lasciato questo esilio, è andato a godere del volto svelato di  Dio,
      per possederlo in eterno. Ella dunque se ne congratuli dell’anima trapassata; e
      adorando le divine misericordie, si ricordi che al Paradiso non si arriva, se non
      per mezzo di patimenti continui
(lett C),

La luce dei giusti porta gioia, la lampada dei malvagi si spegne (Prv  13,9).
Rivolgendosi ancora a Fratel Pietro, S. Pompilio lo esorta a essere santo, rassegnato alla volontà di Dio che è il Paradiso nel mondo. La bella uniformità alla volontà di Dio ci rende felici  nel tempo presente e nell’eternità (cf lett  XL).
      Vinciamo tutte le nostre passioni. Depositiamo tutte le sollecitudini, e non ci spostiamo
      mai, mai dalla bella volontà di Dio
(lett  XLI).
      Non vi attaccate a cosa veruna in questo mondo: Dio, Dio; aderire a Dio è Bene [Sal 73/72,28];
       ecco il vero Bene; ed ecco la nostra felicità in questo mondo (lett XLII).
Da parte sua egli si dichiara morto al mondo:
      Io, Signora Madre, sono morto al mondo…badar bramo all’amore di un Dio per
      guadagnarmelo in eterno
(lett XIX).
Per vivere veramente e morire bene, bisogna morire ogni giorno: ogni giorno io muoio, diceva
S. Paolo; il mio vivere è Cristo e il morire un guadagno (1Cor 15,31; Fil 1,21).

Per essere preparati per il giorno supremo, S. Pompilio così scrive a una sua penitente:
      Segregatevi da tutto il cieco mondo e da tutto il gran fecciume. Amore, amore a un Dio,
      e al nudo e puro patire sempre più anelate, perché per levare il vostro da voi e arrivare
      alla morte mistica, o’ quanto ci si ricerca
(lett 659).
In un’altra lettera scrive:
      Allontanati dalle cose del mondo quanto più puoi. Consacrati al gran Signore del tutto.
      Odia ogni moto interno del cuore, che non sia santo. Sradica le passioni. Uccidi ogni
      vermicciuolo di amor proprio.
Poi, continuando, le fa dire dal Signore:
      Che farò io, nel vederti con me tanto ingrata senza veruna corrispondenza? Io ti
      sopporto perché la mia divina misericordia vuol trionfare di te, ma vedi che la
      ingratitudine è un vizio trafittivo assai del Cuore mio e mi stimola ai castighi.
      Sappiati  avvalere del tempo, e non fare che venga lo sdegno mio sopra di te. E’ tempo
      adesso di corrispondere, e la corrispondenza deve essere fondata nei fatti
(lett 3).
Dice ancora il Signore per la penna di S. Pompilio:
      Come vuoi, o anima da me creata e redenta, che io ti conceda la eterna vita, se tu non
      fatichi? Vedi,il Paradiso, da tanto tempo dopo la redenzione fatta, non si può riempire,
      perché poche sono le anime che faticano. Tutte amano la via larga, come l’hai amata tu.
      e sappi che la via larga non conduce al Paradiso, bensì all’inferno. Così ti dice Gesù.
      Tu che rispondi, anima mia?
      Considera: Bisogna faticare per salvarsi. Fatica, anima mia, perché è tempo adesso.
      Colla fatica potrai arrivare a godere in eterno. Ah, Signore, fatemi essere amante di
      faticare per l’eternità. Fatemi intraprendere il cammino delle virtù, acciocché mi salvi
(lett 30).

La commemorazione dei defunti, oltre a ricordarci di pregare per loro: per i propri cari e per tutti,
ed è un dovere di carità, di riconoscenza, di giustizia e di amore, ci rammenta che per salvarsi bisogna faticare, come ci dice S. Pompilio. Per ben morire, bisogna saper ben vivere santamente.
Il chicco di grano deve morire per portare frutto; bisogna perderla la vita per riaverla; non serve
guadagnare il mondo, se poi si perde se stesso (cf Gv 12,34.35; Mt 16,25-26; Mc 8,35-36; Lc 9,24-25).

Il Signore dia l’eterna ricompensa a tutti i defunti!